1918-19
L'epidemia di spagnola

Storia della Medicina

Vincenzo Martines
Nel febbraio del 1918 l'Agenzia di stampa spagnola Fabra diffondeva un comunicato allarmante: “Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid... l'epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi letali ...” La patologia interessà poi ben 8.000.000 di spagnoli compreso il re Alfonso XIII che rimarrà a letto una settimana, ma non mancarono i casi mortali.

Vignetta satirica, tratta dal "El Figaro" del 25 settembre 1918, che rappresenta il "Soldato di Napoli". La prima ondata della Spagnola colpì la Spagna nella primavera del 1918 in modo relativamente benigno e coincise con il successo strepitoso della prima madrilena dell'operetta "La canciòn del olvido" di Josè Serrano. Tutti per le strade canticchiavano soprattutto un coro di questa commedia lirica, quello del "Soldato di Napoli", epiteto con cui la stampa spagnola iniziò a chiamare l'epidemia.

Alla Spagna venne così attribuito il ruolo di culla della malattia, anche perchè la nazione iberica nella Grande Guerra era neutrale e quindi con una censura relativamente blanda, mentre le notizie di questa pandemia non venivano riportate (o quantomeno erano minimizzate) dai giornali delle potenze dell'Intesa e da quelli degli Imperi centrali. Alcuni storici invece ritengono che il primo focolaio della “Spagnola” si sia sviluppato in un campo di addestramento militare americano Camp Fuston nel Kansas, sempre nel febbraio 1918, in cui erano concentrate le reclute che avrebbero dovuto raggiungere il fronte europeo. La malattia si diffuse rapidamente in tutto il mondo (in Italia comparve a maggio e le prime città colpite furono Assisi, Domodossola e La Spezia dove si verificarono casi anche tra militari della R. Marina) ma aveva in genere carattere benigno: insorgenza brusca, tosse, temperatura elevata fino a 40°, dolori nella regione lombare, lingua ricoperta da una patina giallastra, astenia, cefalea, congiuntive iniettate: dopo tre / cinque giorni, se non intervenivano complicanze il paziente era di nuovo in piedi.

Autoritratto di Munch dopo la guarigione

La spagnola non faceva distinzione di genere e non risparmiò tanti personaggi illustri come Edvard Munch (che dopo aver superato la malattia volle farsi un autoritratto), Thomas Wilson, presidente degli Stati Uniti, Walter Disney tutti nella forma benigna. Per altre celebrità l'esito non fu positivo: il 9 novembre 1918 Giuseppe Ungaretti (che aveva combattuto in Francia nel II Corpo d'Armata Italiano al comando del generale Albricci) si recava dal suo amico Guglielmo Apollinaire che abitava in una mansarda a Parigi per comunicargli la vittoria dell'Intesa e l'abdicazione dell'imperatore Guglielmo, ma lo trova senza vita con accanto la moglie Jacqueline Kolb che lo vegliava in lacrime. Anche Max Weber, uno dei fondatori della sociologia moderna e Edmond Rostand, poeta e drammaturgo francese ebbero complicanze gravi che esitarono nel decesso.

Guillaume Apollinaire fu una delle vittime della seconda ondata dell'epidemia, quella che ebbe inizio nell'autunno del 1918 e che fu la più aggressiva e maligna

Queste complicanze interessavano particolarmente l'apparato respiratorio ed iniziavano con dispnea, frequenza elevata del polso, cianosi, tremore delle labbra e della lingua segni di incipienti bronchiti acute, catarri soffocanti, broncopolmoniti, pleuriti spesso emorragiche; all'autopsia si riscontravano in genere focolai multipli emorragici nei lobi polmonari, iperemia del cervello, degenerazione del tessuto epatico e renale. Nell'autunno del 1918 si verifica la seconda ondata, ma stavolta in forme più gravi con complicanze a carico dell'apparato respiratorio, cardiocircolatorio, nervoso, renale etc e con esito spesso mortale. Nella primavera del 1919 la terza ed ultima ondata (anche se vi fu una piccola fiammata nell'inverno dello stesso anno) con carattere di massima benigno. Le stime sulla mortalità della “spagnola” riportate da diversi autori non sono univoche: da quelle più prudenti 21.000.000 fino a 100.000.000 citati da alcuni epidemiologi. In Italia i casi mortali furono circa 500.000, a fronte dei 6.000.000 colpiti dall'epidemia. Nella Regia Marina che contava allora circa 130.000 effettivi i deceduti per la spagnola furono 1117 nel 1918 e 124 nel 1919.

Mortalità delle malattie infettive nella R.Marina nel quinquennio 1915-19

A Castellammare di Stabia nella scuola meccanici della R. Marina su 542 allievi 400 furono colpiti dalla malattia e ben 33 non sopravvissero. Lo stesso capo della Sanità militare marittima il Tenente Generale Filippo Rho, in un lavoro pubblicato sugli Annali di Medicina Navale nel febbrajo 1919 scriveva: “Per quanto riguarda la profilassi e la terapia dobbiamo confessare che siamo quasi disarmati. Le disinfezioni dei locali e degli effetti d'uso e letterecci dei malati, i gargarismi, le polverizzazioni e le altre medicazioni topoche applicate sui militari si mostrano del tutto inefficaci. Lo stesso dicasi della sieroterapia e della vaccinoterapia, dei salassi, delle iniezioni endiovenose di acido fenico e d'altri antisettici sebbene tutti questi soccorsi fossero benissimo tollerati dagli infermi. Negli ospedali di Marina fu su larga scala provato anche il vaccino polivalente del prof. Centanni ma senza alcun risultato apprezzabile.”

Frontespizio degli Annali della R.Marina

Un dato particolare è quello che le classi di età maggiormente colpite furono quelle tra i 20 e i 40 anni. La minore mortalità negli ultra quarantenni forse fu dovuta alla presenza di anticorpi specifichi a seguito del contatto col virus avvenuto nella epidemia chiamata l' influenza Russa verificatasi nel 1889-1890 e che aveva provocato circa 250.000 morti in Europa e 20.000 in Italia L'attendibilità delle statistiche della spagnola è relativa e può indubbiamente essere infirmata da numerosi fattori: si pensi ai tanti prigionieri italiani in zone lontane come la Galizia, certamente non censiti, allo spostamento continuo dei confini specie negli ultimi anni di guerra (ad esempio dopo Caporetto), ma anche da errori diagnostici dei medici derivati spesso dalla impossibilità di accertare mediante una semplice ispezione del cadavere le reali cause del decesso e affidata il più delle volte ai medici necroscopi ( molti medici di famiglia erano al fronte) che facevano diagnosi sulla base delle dichiarazione dei familiari, e poi il fatto che la spagnola non era tra le malattie infettive con obbligo di denuncia. I laboratori di tutto il mondo si misero alla caccia del batterio responsabile, ma non fu trovato,non poteva esserlo! perchè era un virus filtrabile non riconoscibile con il microscopio ottico; si lanciò l'accusa contro il bacillo di Pfeiffer, venne emesso il mandato di cattura contro il phlebotomus papatasii si trattava di piccoli moscerini che pungono di notte, lo sosteneva il direttore dell'Istituto di Igiene della R. Università di Roma, il prof Giuseppe Sanarelli, mentre Ettore Marchiafava, famoso docente di igiene sperimentale,illustre malariologo e poi senatore del Regno, riteneva che la grippe, ( detta anche la febbre dei tre giorni, altro termine con cui veniva chiamata anche la spagnola) presentasse le caratteristiche dell'influenza, solo un po' più grave delle semplici forme catarrali; venne incriminato anche il bacillo di Yersin, invano! si dovette attendere il 1933, e quindi con l'ausilio del microscopio elettronico per avere la descrizione dell'agente etiologico e della sua tipizzazione. Nel 1997 finalmente Jeffery Taubenberger dell'Armed Force Institut of Pathology di Washington, che aveva ritrovato e studiato dei preparati di tessuto polmonare di deceduti per la spagnola del 1918, ne ricostruì il genoma del virus A (H1N1) con tecniche speciali che hanno carattere di riservatezza perchè queste manipolazioni si possono prestare ad essere utilizzate come armi biologiche.

Jeffery Taubenbergher, lo scienziato che ha ricostruito nel 1997 il genoma del virus della spagnola

Nell'ultimo periodo della Grande Guerra alcuni giornali ipotizzarono che il bacillo che provocava la spagnola fosse uscito dai laboratori tedeschi, ovviamente un'accusa non vera. Non essendo allora conosciuta l'etiologia della malattia le nome di prevenzione adottate dal Governo italiano (era presidente del Consiglio dei Ministri Vittorio Emanuele Orlando) e diramate ai prefetti erano di fatto generiche: disinfezione frequente dei locali pubblici o aperti dal pubblico, delle strade, smaltimento rapido dei rifiuti, uso delle mascherine per il personale ospedaliero, presenza di sputacchiere a calce viva etc. Altre misure vennero adottate dai singoli comuni: chiusura di teatri, chiese, scuole, delle fiere, proibizione di cortei funebri, divieto di suonare le campane a morto. Veniva raccomandata l'attenzione all'igiene personale e a questo proposito voglio ricordare un articolo pubblicato sul “Popolo d'Italia” nell'ottobre del 1918 “...che si impedisca a ogni italiano la sudicia abitudine di stringere la mano e la pandemia scomparirà nel corso della notte...” Sulla stampa venivano quotidianamente riportati prodotti promettenti la guarigione: pastiglie contro la tosse, disinfettanti per il cavo orale, dentifrici, preparati contro la febbre e antinevralgici. La “Pozione Arnaldi” recitava un annuncio pubblicitario: ”presa un paio di volte la settimana immunizzando l'organismo, previene l'infezione“, presa ogni sei ore, a malattia dichiarata, conduce ad una rapida guarigione, eliminando le possibili complicazioni polmonari! La cassetta per la cura della febbre spagnola (polvere-sale) si spedisce a mezzo della nostra Farmacia di Roma contro vaglia postale o telegrafico di L. 31,50 franca nel Regno...” Sul Corriere della Sera era frequente la pubblicità di un liquore l'Archebuse, preparato dai frati maristi con la scritta: “unico prodigioso rimedio preventivo contro l'influenza”

Pubblicità dell'epoca

C'era in Italia un diffuso senso di sfiducia nella medicina ufficiale anche per le differenti posizioni sulla terapia tra i grandi clinici, così la fortuna delle varie cure proposte durava lo spazio di qualche giorno. Dai medici e sulla stampa vennero proposti così un'infinità quantità di farmaci, vaccini, colluttori, tinture, persino l'acqua di colonia! Ebbero un discreto successo (anche se da molti contestato) il Chinino di Stato che fu oggetto di accaparramento e di conseguenza venduto alla borsa nera, il salasso (che quantomeno aiutava a rendere giovane il sangue), la sieroterapia (con sieri di cavallo, antidifterico, antipneumococcico).

Di fatto la terapia e la profilassi fu solo sintomatica e palliativa. La guerra non fu la causa dell'epidemia ma ne favorì certamente la diffusione. Verso la fine del 1915 la minaccia del colera alle frontiere di terra e di mare dei Paesi alleati aveva indotto i rispettivi governi a stabilire un fronte unico per la difesa delle infezioni diffusive. Era così stata istituita una Commissione Sanitaria delle potenze dell'Intesa come organo di reciproche informazioni sullo stato sanitario e di studio dei problemi igienici attinenti al conflitto. Questa Commissione si radunò per la prima volta nel marzo del 1916 e concluse i suoi lavori nel febbraio del 1920. I delegati per l'Italia furono: il prof. R. Santoliquido per il ministero dell'Interno (allora non esisteva il Ministero della salute) il colonnello medico prof. R. Livi e il maggiore medico Bordoni Uffreduzzi per il Ministero della Guerra, e il ten generale medico Filippo Rho e il t. Colonnello prof Aldo Castellani per il Ministero della Marina. La relazione finale ricalca sostanzialmente quello che ho precedentemente descritto, riporto solo alcune considerazioni: l'agente etiologico è sconosciuto ( le esperienze fatte da medici americani e giapponesi su dei soggetti volontari hanno dimostrato che non è possibile conferire l'infezione, né per inoculazione diretta delle secrezioni influenzali sia nelle vie respiratorie, che per la via sanguigna). La presenza del bacillo di Pfeiffer (il batterio sospettato di essere il responsabile della malattia) nelle colture di liquidi organici non è costante; quindi il colpevole potrebbe essere un misterioso virus filtrante. La profilassi si riduce alle misure generali di igiene e all'isolamento dei malati. Non esiste una terapia specifica, qualche risultato si è ottenuto con il salasso ed alcuni sieri (viene citato il siero di cavallo colpito da cimurro).

Oggi conosciamo tutto su questo virus: i tipi principali A, B e C e i sottotipi, ma sappiamo che è un virus mutante e con un certo grado di pericolosità, ma abbiamo un'arma sicuramente utile per prevenirlo: la vaccinazione.



Principali riferimenti bibliografici

BELLI, C.M. Commissione Sanitaria dei Paesi Alleati - Annali di Medicina Navale e Coloniale – 1921 vol.1

RHO, F. L'epidemia di influenza nella Marina Militare italiana - Annali di Medicina Navale e coloniale 1919 vol. 1

CASTRONUOVO, G. Considerazini cliniche sull'odierna pandemia di influenza, Giornale di Medicina Militare 1919

MORTARA, G. La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra, Bari, 1925

Ministero dell'Interno “La tutela dell'igiene e della Sanità pubblica durante la guerra e dopo la vittoria 1915-1918. Relazione del dott. Alberto Lutrario al Consiglio Superiore di Sanità”, Roma, 1921

Ministero dell'Interno - Direzione generale di Sanità. “Istruzioni popolari per la difesa contro l'influenza”, Roma, 1918

TAUBENBERGER, J.K. “Initial genetic characterization of the Spanish influenza virus”, Science, 1997

TOGNOTTI. E., “La Spagnola in Italia” Franco-Angeli-Storia , Milano, 2015

L'ELTORE, G. “Statistica e Sociologia Sanitaria” Centro Studi di Statistica Sanitaria, Roma , 1956


Relazione di Vincenzo Martines tenuta al Congresso di Studi Storici Internazionali "Il 1919", svoltosi a Roma l'11 e 12 novembre 2019

Torna al Blog dell'ammiraglio Martines.